Isolation Berlin a Napoli

Il 30 novembre era un giorno speciale per alcuni allievi di tedesco delle scuole medie e superiori di Napoli e dintorni. Il gruppo tedesco Isolation Berlin faceva esclusivamente per loro un concerto nel ambito del progetto “Lautstark” del Goethe-Institut.

Isolation Berlin © Johanna Wand, Goethe-Institut Neapel

Isolation Berlin © Johanna Wand, Goethe-Institut Neapel


Isolation Berlin
, Tobias (voce & chitarra), Max (chitarra & organo), Simeon (batteria) e David (basso), si sono cercati e trovati a Berlino e dal 2012 fanno musica insieme. I quattro ragazzi suonano esclusivamente musica tedesca e le loro canzoni parlano soprattutto di malinconia, nostalgia, disperazione e amore. Loro stesso chiamano la loro musica “Protopop” perché non la vogliono etichettare o limitare. Cosa ci possa essere dietro di preciso si scopre ascoltando la loro musica.

Con tanta agitazione i 300 allievi entravano nella grande sala del Teatro Bolivar ubicato nel cuore della città e non vedevano l’ora che cominciasse. Finalmente diventava buio e Isolation Berlin saltava sul palco. Cominciavano con la canzone „Annabelle“ e i giovani esaltavano. Suonavano un’ampia varietà delle loro canzoni, fra l’altro „Fahr weg“, „Alles Grau“ e „Isolation Berlin“.

Isolation Berlin © Johanna Wand, Goethe-Institut Neapel

Isolation Berlin © Johanna Wand, Goethe-Institut Neapel


A un certo punto i giovani non si potevano più mantenere sulle loro sedie così che saltavano, ballavano e gioivano. Il gruppo lasciava il palco dopo la loro ultima canzone i giovani reclamavano un bis cantando tutti insieme – in napoletano – ‘O surdato ‘nnammurato. Questo meritava assolutamente un bis del gruppo e mentre suonavano per davvero il loro ultimo pezzo molti giovani correvano davanti al palco dove rimanevano anche dopo il concerto per fare foto con i musicisti e autografi.

La classe 3LE del liceo Alessandro Manzoni di Caserta ha avuto la possibilità di partecipare a un workshop con il giovane gruppo. Gli allievi potevano riscrivere i testi delle canzoni „Annabelle“ e „Aquarium“ e poi cantare la nuova versione con i quattro ragazzi di Isolation Berlin. Così si creavano delle belle canzoni uniche e i giovani si divertivano tanto. Tutti erano d’accordo sul fatto che le lezioni di tedesco devono essere proprio così.

Isolation Berlin © Johanna Wand, Goethe-Institut Neapel

Isolation Berlin © Johanna Wand, Goethe-Institut Neapel


Un paio di giorni dopo il concerto abbiamo ricevuto una mail in tedesco dalla classe 3 LE di Caserta. Ci siamo molto emozionati e perciò vogliamo anche condividerlo con voi:

Siamo gli allievi del liceo Manzoni di Caserta che il 30 novembre ha partecipato al concerto del gruppo rock tedesco “Isolation Berlin”. Non conoscevamo il gruppo fino a quel momento e eravamo un po’ scettici perché non conoscevamo neanche le loro canzoni.

La nostra paura era di non capire i testi ma quando iniziava il concerto eravamo subito entusiasti della musica come tutti gli altri allievi. Noi allievi, ma anche gli insegnanti, abbiamo esultato e ballato. Le luci degli smartphone creavano una fantastica atmosfera. Dopo il concerto abbiamo partecipato a un workshop. Eravamo imbarazzati e agitati però poi abbiamo tutti partecipato. Abbiamo passato una bella mattina al Teatro Bolivar.

Vogliamo ringraziare cordialmente il Goethe-Institut e speriamo che venga ripetuto nei prossimi anni. Ogni anno un bravo gruppo, questo sarebbe fantastico.

Tanti saluti dalla classe 3LE

Klasse 3LE des Gymnasiums Manzoni aus Caserta mit Isolation Berlin ©Johanna Wand, Goethe-Institut Neapel

Klasse 3LE des Gymnasiums Manzoni aus Caserta mit Isolation Berlin ©Johanna Wand, Goethe-Institut Neapel

Anita Schnierle

Palpare il Vesuvio – un dialogo con Maya Schweizer

Maya Schweizer è una regista francese che abita a Berlino e che ha scelto come suo prossimo progetto il Vesuvio: girerà un film sperimentale su questo enorme vulcano che troneggia su Napoli. A tal proposito ha trascorso a settembre un soggiorno a Napoli. In quest’occasione l’ho incontrata per porle qualche domanda.

Da cosa scaturisce l’idea di questo progetto e di realizzarlo proprio sul Vesuvio?

I miei ultimi cinque film trattavano i monumenti e di com’è possibile fissare un ricordo sulla pietra, come ‘pietrificarlo’. Questo nuovo progetto probabilmente sarà un prosieguo di questo. L’idea era nata quando due anni fa sono stata sul Vesuvio e per la prima volta avevo visto queste cartoline datate 1944. Si trattavano di aerofotografie fatte dalle armate britanniche e americane che volevano liberare Napoli. Sono stati totalmente sorpresi dall’eruzione e alcuni degli aerei sono precipitati.

Cosa ha di particolare il tuo progetto?

Una cosa che trovo interessante è che si riferisce alla struttura del vulcano. Inoltre il progetto ha livelli diversi. Si parte con il livello storico da cui provo a sviluppare tre livelli di tempo, con immagini del Vesuvio oggi e una possibile simulazione come potrebbe essere nel futuro. Quindi è uno sviluppo attraverso il tempo e anche una ricerca riguardante un ‘monumento’ creato dalla natura.

Maya Schweizer, Foto: Anita Schnierle / Goethe-Institut Neapel

Maya Schweizer, foto: Anita Schnierle / Goethe-Institut Napoli


Vuoi mostrare al pubblico qualcosa di specifico con il tuo film?

Non so ancora per bene se sarà davvero un film o un’installazione cinematografica. Il formato non è ancora del tutto chiaro, ma di sicuro sarà sperimentale. Si tratta anche di far vedere con strumenti diversi come si può indagare, per esempio su come potrebbe avvenire un’eruzione o su quali sono le possibilità per prevederla.

Cosa ti ha impressionato o ti è piaciuto in modo particolare di Napoli?

Naturalmente il lavoro più bello è stata la ricerca sul Vesuvio insieme al vulcanologo, al geologo e ai tecnici dell’osservatorio.
La città anche mi è piaciuta tanto. Amo passeggiare per i vicoli ed ho anche visitato il Cimitero delle Fontanelle. Il rapporto che hanno le persone con la morte lo trovo molto interessante e anche particolare.
Inoltre trovo allettante l’utilizzo di questi spazi occupati autogestiti: centri sociali organizzati da giovani, spesso adibiti alla rappresentazione di spettacoli o per fare delle attività per i bambini.

“Noi siamo mica barbari!“ – Workshop teatrale con Philipp Löhle

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Philipp Löhle (Berlino), autore teatrale di successo internazionale, è stato ospite dei giovani attori del Nuovo Teatro Sanità il 6 – 7 luglio. Insieme hanno lavorato allo spettacolo “Wir sind keine Barbaren” (trad. lett. “Noi siamo mica barbari!”) sotto la direzione di Mario Gelardi per la stagione teatrale 2016/2017. Con l’artista associato del Teatro Maxim Gorki di Berlino, gli attori italiani si sono immersi prima nello studio del testo, e dopo nel sottosuolo di Napoli, con una passeggiata nel famoso Cimitero delle Fontanelle.

Philipp Löhle non è la prima volta nel capoluogo partenopeo. Già a gennaio del 2016 è stato invitato dal Goethe-Institut alla prima napoletana della sua opera teatrale “Genannt Gospodin” (trad. lett. “Detto Gospodin”) al Teatro Bellini. In seguito a questo primo soggiorno è nata l’idea di lavorare con attori italiani in un workshop incentrato sulla sua opera “Non siamo mica barbari”. Un testo straordinario che parla dell’esodo di massa dei giorni nostri e dei pregiudizi dell’Occidente nei confronti dei rifugiati. Appena arrivato a Napoli, Löhle si è inoltrato nella Sanità.

Philipp Löhle 23-Blog

Davanti al Nuovo Teatro Sanità, noto in tutt’Italia per l’eccellente lavoro di formazione dei giovani dell’omonimo quartiere, Löhle è stato accolto dagli attori e dal regista Mario Gelardi con grande curiosità e affetto. Mario Gelardi affianca i ragazzi con consigli professionali e li sostiene nella preparazione agli esami di ammissione presso le scuole di teatro. Grazie al suo impegno e con il sostegno del Goethe-Institut, Philipp Löhle aiuterà i ragazzi a comprendere meglio la sua opera “Noi siamo mica barbari!”.

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Nel fresco del teatro che si trova nella vecchia chiesa di San Vincenzo, si legge e si discute con intensità prendendo caffè e piccoli stuzzichini. Che cosa intende l’autore? Come si interpretano i personaggi? E tutto questo, è comprensibile per un pubblico italiano? Philipp Löhle si fa velocemente un’idea della bravura degli attori. E gli attori non perdono l’occasione di fare domande all’ospite tedesco sulle sue esperienze da drammaturgo.

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Dopo questi due giorni di lavoro intenso, la compagnia ringrazia Philipp Löhle facendogli vedere la Sanità e il Cimitero delle Fontanelle, un cimitero sui generis. Alle pareti della grotta di tufo si ammontano ossa e teschi. Oggi non si sa più chi erano tutte queste persone. Dappertutto ci sono piccoli scrigni fatti a mano in cui si trovano dei teschi, a volte addobbati con rosari, a volte con l’aggiunta di piccole immagini e foglietti. I ragazzi raccontano che si tratta di un’usanza napoletana. I napoletani adottavano gli scheletri e in cambio le anime dei morti esaudivano loro piccoli e grandi desideri: la guarigione da una malattia o un buon matrimonio per la figlia.

Tornati nel teatro, i ragazzi offrono a Philipp Löhle un altro caffè e un giro nella chiesa-teatro. L’edificio, rimasto in stato di abbandono per molti anni, è stato restaurato dai giovani e trasformato in un teatro.  Gli attori del NtS sono fieri del complesso della chiesa, raccontano  a Philipp Löhle dei primi anni del loro teatro e delle difficoltà che hanno dovuto affrontare.

Un meraviglioso incontro tedesco-italiano tra artisti! Per gli attori del NtS e il regista Gelardi è però solo l’inizio del lavoro. A metà ottobre la prima di “Noi siamo mica barbari!”, inaugurerà il cartellone del loro teatro. Naturalmente anche in presenza di Philipp Löhle.

Per adesso vi auguro una buona estate e aspetto di rivedervi al Nuovo teatro Sanità in ottobre, Maike

Notte degli Oscar

Lunedì sera al Mutlicinema Modernissimo, l’ora del Montagskino: Patrick Vollrath, Dustin Loose e Ilker Catak presentano i loro cortometraggi, insigniti con il prestigioso Student Academy Award, l’Oscar dedicato agli esordienti del cinema, a settembre 2015. Un successo singolare: I tre migliori film stranieri venivano dalla Germania!

Nell’ambito della “Notte degli Oscar” al Cinema Modernissimo” abbiamo ospitato in questi giorni tre registi tedeschi a Napoli.

Ieri sera sono stati presentati al Modernissimo i loro cortometraggi „Alles wird gut“ di Patrick Vollrath, „Erledigung einer Sache“ di Dustin Loose e „Sadakat“ di Ilker Çatak. Tutte e tre le produzioni sono state premiate lo scorso anno agli Student Academy Awards a Los Angeles . Patrick Vollrath, candidato all’Oscar (2016) ieri è stato premiato ancora una volta: Claudia Pascotto (Associazione Tycho) e Francesco Napolitano (Mediateca Santa Sofia) hanno consegnato il premio del Concorso Internazionale della 15° edizione del Festival del Cortometraggio ‘O Curt (18.-21.11.2015, Napoli) al regista. Dopo la visione dei film i registi sono stati intervistati. Terminate le interviste i nostri premiati hanno deliziato la cucina partenopea.

Filmteam der PigrecoemmeStamattina c’era in programma l’Highlight: Accompagnato dagli studenti della Scuola di Cinema Pigrecoemme Patrick, Dustin e Ilker hanno passeggiato lunghe le vie del centro storico. Percorrendo Piazza del Gesù, Piazza Municipio ed il Lungomare gli studenti li hanno seguiti con la cinepresa.  Durante la passeggiata con un sole splendido il nostro film team ha documentato il tutto. Le conversazioni fra gli studenti ed i nostri ospiti famosi diventavano sempre più fitte e stimolanti.

La Pigrecoemme domani li accoglierà presso le sale della loro scuola. Vi aggiorneremo prossimamente.

Napoli – una città con due facce

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Ole Schneider è dottorando in germanistica dell’Università di Münster. Non era mai stato a Napoli.

Hai deciso di venire a Napoli, perché?

Sono stato in contatto con una germanista dell’Orientale che mi ha invitato a trascorrere tre mesi a Napoli e ho subito accettato [ride].

Come ti sei ambientato?

Il mio primo giorno è stato terribile. Pioveva a catinelle. Materdei, il mio quartiere, sembrava un posto desolante. In realtà Materdei non è male, però ci sono parecchi palazzi fatiscenti, con un non so che di decadente. Prima abitavo a Münster, una piccola città della Renania Settentrionale-Vestfalia… devo dire che l’arrivo è stato per me uno choc culturale [ride].

…che cosa è successo dopo?

Le settimane seguenti mi sono ambientato, ho conosciuto la città in tutti i suoi aspetti e le sue contraddizioni. È uscito il sole e ho scoperto persino che l’università funziona bene, p. es. il corso di lingua italiana che ho seguito. E alla fine tutto è andato meglio del previsto.

In cosa sei cambiato da quando abiti a Napoli?

Invece di fare colazione a casa, vado spesso al bar. Lì prendo un caffè in piedi con una sfogliatella o una brioche. È un’esperienza nuova per me. In Germania avevo abitudini completamente diverse.

Una domanda piuttosto astratta: L’odore della città qual è?

Quale odore!? [riflette] Per me l’odore di Napoli è un misto tra l’aria piacevole del mare ed un certo odore di cose in putrefazione. Perciò da un lato suscita in me un senso di felicità, dall’altro lato la sensazione di problemi irrisolti.

Immaginiamo che tu dovessi descrivere la città con un aggettivo, cosa ti viene in mente?

Questo è difficile… una città letteralmente con un doppio fondo, la sensazione di ambiguità è molto presente per me.

Napoli – un ritmo tutto suo

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All’improvviso, mentre sto scrivendo, scorgo nel vano della porta una testa ricciuta di capelli neri. Vedo prima i ricci, poi gli occhiali con la montatura (anche nera) e infine un sorriso. Tobias Böhner, insegnante di Ausgburg visita il Goethe-Institut. Mirjam, la sua fidanzata, lavora qui. Tobias non è mai stato a Napoli.

Cosa? La tua prima volta? Come è stata?

Incredibilmente vivace (ride). Qui tutto è sempre in movimento. Napoli è anche una città di grandi contrasti. Per esempio tra il trambusto di via Toledo e il silenzio del lungomare. Andare a mangiare fuori non costa molto. Per esempio se si prende una pizza da asporto. Non l’avrei mai pensato! E poi Napoli ha un ritmo tutto suo. Quasi ciclico. Per esempio quando i negozi aprono e chiudono. Ci sono anche dei determinati giorni in cui certi negozi hanno un giorno di riposo. In Germania non è così. Qui si ha l’impressione di una sorta di sequenza ciclica:  la città si riempie e si svuota.

Che cosa diresti a un nuovo visitatore?

È molto piacevole visitare Napoli in novembre. Non ci sono molti turisti. La città non è per niente affollata. Ischia è un’esperienza bellissima. Bisognerebbe assolutamente dedicarle un giorno, per esempio per una passeggiata nella natura, da noi si dice “wandern”.

Ci racconti ancora una tua percezione, magari qualcosa di strano che hai notato?

Sì, l’odore di cacca di cane. Si ha l’impressione che qui girano tantissimi cani.

Felicitazioni, Lily Erlinger!

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Nell’ambito della rassegna cinematografica “A corto di donne” (18.-21.06.2015) la giovane regista Lily Erlinger (Accademia di Cinema del Baden-Württemberg) ha presentato a Pozzuoli il film “Das alte böse Wir” (“Noi, perennemente cattivi”) ricevendo il Primo Premio della giuria per il miglior corto nella sezione Fiction. Il Film affronta il tema del totalitarismo e la banalità del male. Dopo la premiazione, il Goethe-Institut ha intervistato la regista.

Vivissime felicitazioni! Che vuol dire questo premio per lei?

È incredibilmente incoraggiante. Non è facile fare un film. Nel mio caso sono stata fortunata, in quanto ho avuto il sostegno dell‘Accademia di Cinema del Baden-Württemberg, ho trovato un team e dei produttori fantastici. Un regista giovane come me si chiede continuamente se sta facendo la cosa giusta. È meraviglioso ricevere una conferma proprio da chi ha una passione per il cinema e dunque essere incoraggiati ad andare avanti.

Al centro del film c’è la piccola comunità organizzata in maniera totalitaria. Il motto degli abitanti del villaggio è „Kraft durch Einheit“ ovvero „Forza attraverso la coesione“. Il protagonista Adrian Wendt, un giovane padre, fa un giorno una terribile scoperta. Da quel momento in poi comincia a mettere in dubbio l’ordine della società in cui vive. Infine rimane però sottomesso a quel sistema. Il suo film racconta dei meccanismi di gregarietà della massa. Un tema molto complesso… come è nata l’idea?

Ogni studente dell’Accademia di Cinema del Baden-Württenberg deve realizzare un film all‘ anno. Noi volevamo assolutamente fare qualcosa che riflettesse anche sul film in quanto mezzo di comunicazione. Anche perché il nostro compito era di realizzare una pellicola di 16 mm e dunque qualcosa che corrispondeva proprio all’estetica del cinema. Abbiamo cercato a lungo un tema e poi abbiamo deciso di concentrarci su un piccolo progetto. Infine però abbiamo lavorato con 9 attori, 70 comparse e con un grosso team, ma all’inizio ignoravamo che sarebbe diventato un grande progetto. Una sera ne ho discusso a lungo con la mia produttrice. Cercavo un tema che riguardasse la nostra generazione. Ho vissuto a lungo all’estero (n.d.t. negli Stati Uniti e in Australia), ho studiato la storia della Germania da lontano, quando sono ritornata in Germania, ero sorpresa nel vedere quanto sia presente la storia del nazionalsocialismo nel mio paese, soprattutto in maniera latente. Ciò mi ha incredibilmente colpito. Volevamo affrontare il tema da un altro punto di vista. Tanti sono i film sui carnefici ovvero sul male nel senso del Nazismo, ci sono anche molti film sulle vittime. Sono tutti film importanti, però noi volevamo realizzare un film sulla massa di quegli invisibili gregari che hanno contribuito a diffondere il nazismo facendolo diventare una cosa ammissibile. Volevo cercare un modo per capire come sia potuta accadere una cosa simile ovvero come sia possibile diventare ciechi davanti a un’evidente ingiustizia. Volevo mostrare che ciò è banalmente quotidiano e può riguardare ciascuno di noi. Per me era importante realizzare un film che facesse riflettere, che stimolasse una riflessione.

Come le è sembrato il festival „A corto di donne“?

È stato un festival incredibilmente accogliente, mi sono sentita completamente a mio agio. Devo dire che all’inizio ero un po‘ nervosa perché non parlo neanche una parola d’italiano, ma gli organizzatori sono stati molto affettuosi, insomma è stato tutto meraviglioso. Naturalmente c’era una barriera linguistica, ciononostante ho potuto conoscere gli altri ospiti del festival, conoscere la loro passione, quell’amore per il cinema che essi esprimono nel loro lavoro. Ne ho approfittato molto e io stessa ho portato qualcosa delle mie idee.

E ora? Quali sono i suoi prossimi progetti?

Attualmente stiamo producendo un corto dal titolo „Die Stille“ (n.d.t. Il silenzio), dedicato al tema dell’aborto. Non tanto ai motivi che spingono a fare questa scelta, quanto piuttosto che cosa accade nell’animo di una donna che affronta l’aborto. Anche qui si parla di rimozione. Le conseguenze di un aborto rimangono il più delle volte inespresse. Ma è proprio quel contenuto rimosso a esercitare un enorme influsso su di noi.
Per me è importante gettare luce su quelle zone grigie della nostra vita, quella parte di cui non vogliamo occuparci. Credo che i temi di „Das alte böse Wir“ und „Die Stille“ racchiudano un grande pericolo, quello di polarizzare l’interesse e cioè generare un giudizio a priori. Attraverso il mio approccio voglio evitare ciò e mantenere aperta la possibilità di dialogo.

(Intervista a cura di Johanna Wand, traduzione a cura di Maria Carmen Morese)

Pascal Merighi – regista, danzatore e coreografo: un discorso con il talento versatile sul suo lavoro, Pina Bausch e la pièce “Samuel”

LABORATORIO PASCAL MERIGHI

Com’è nata la sua passione per la danza?

Questa sì che è una buona domanda alla quale non è così facile rispondere (ride, ndr)… Passione… non lo so. Per me si tratta più della passione di essere sul palco e di sviluppare un’idea, una coreografia, non tanto della passione per la danza in sé. In danza jazz e in balletto ho fatto davvero molte rappresentazioni durante le quali mi sono sentito davvero a mio agio sul palco (ride, ndr). Poi una cosa tira l’altra: ho preso un paio di lezioni e ho incontrato persone che mi hanno detto che avrei dovuto allenarmi di più, che avrei dovuto frequentare quella tale scuola e conoscere quel tale insegnante. E a poco a poco sono arrivato al Centre International de Danse Rosella Hightower in Francia.

Come si è trovato nel collaborare con Pina Bausch?

Lavorare con Pina è stato molto bello. Ovviamente si è trattato di un’esperienza colossale e più mi allontano da questo periodo, più ne divento consapevole. Siamo stati molto vicini e questo mi ha molto influenzato ma abbiamo anche lavorato tantissimo. All’epoca ho incontrato e conosciuto Pina per caso, quando lavoravo con Jochen Ulrich e il Tanzforum di Colonia. Non sapevo che Pina fosse tanto celebre (ride, ndr).

Com’è nata l’idea di Samuel e di cosa parla questa pièce?

Gli artisti del Trio CDT Wuppertal (Clementine Deluy, Damiano Ottavio Bigi e Thusnelda Mercy) mi hanno chiesto di fargli da coreografo e io ho accettato. Ho dato al trio il testo di Beckett da leggere e così abbiamo iniziato la nostra collaborazione. Per me ciò che conta è il suono, le parole, la composizione, il ritmo e l’interazione tra questi elementi. Il testo ha stimolato profondamente la mia immaginazione, anche se nel frattempo ci siamo allontanati da quello originale e nella nostra rappresentazione non c’è traccia alcuna di Le Dépeupleur di Beckett. Il soggetto reale tuttavia – la solitudine – in Samuel è presente in modo molto marcato.

Come nascono le sue coreografie?

Generalmente cerco di prepararmi il più possibile, quindi leggo, sviluppo i singoli ruoli e li affido agli artisti. Devono lasciarsi trascinare dalla loro fantasia. Ad esempio decido solo una parte della coreografia, perché io stesso non mi vedo veramente come un coreografo ma più come un regista. Spesso prendo molto testo dalle opere letterarie. L’ideazione del soggetto costituisce la parte artigianale del mio lavoro e poi inizio a metterlo insieme e a modellarlo come pièce. Guardo quali parti legano tra loro e aggiungo al tutto la musica in collaborazione con Volker Wurth. Il lavoro che segue con gli attori è molto istintivo: vedo qualcosa davanti a me, che l’artista poi deve in qualche modo trasporre. Non ci sono motivi razionali. Vedo qualcosa davanti ai miei occhi interiori e, se si armonizza con il pezzo, allora rimane, anche se dal punto della drammaturgia forse non appare così coerente.

Welchen Effekt haben Textpassagen in ihren Stücken?

Ich mag den Kontrast zwischen Tanz und Text. Bei dem Spiel mit Tanz und Text muss der Zuschauer eine andere Art von Aufmerksamkeit aufbringen. Beim Einsatz von Text fühlen sich die meisten Zuschauer dazu verpflichtet, das Gesprochene zu verstehen. Aber mir geht es nicht unbedingt darum, dass der Text verstanden wird, sondern vielmehr dass er angehört wird. Das ist wie beim Tanz: er ist manchmal unverständlich, aber dafür schön, anzuschauen. Durch diese Korrelation entstehen Emotionen beim Zuschauer.

Quale effetto hanno dei brani testuali nelle sue pièce?

Mi piace il contrasto tra danza e teatro. Nel gioco tra danza e teatro lo spettatore deve tirar fuori un tipo diverso di attenzione. Con l’inserimento del testo la maggior parte degli spettatori si sentono obbligati a capire ciò che viene detto. Ma per me non si tratta per forza del fatto che il testo venga compreso, bensì piuttosto che venga ascoltato. È come nella danza: a volte è incomprensibile, ma per questo bella da guardare. Questa correlazione suscita delle emozioni nello spettatore.

 

Il 9 e il 10 maggio 2015 il pezzo di teatrodanza Samuel, una coreografia del danzatore e coreografo francese Pascal Merighi per il Trio CDT Wuppertal, ha celebrato la sua première al Teatro Bellini di Napoli. In questa occasione Merighi, attivo da anni in Germania tra l’altro come danzatore ospite del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, ha condiviso la sua esperienza in un laboratorio per talenti della danza provenienti dal sud Italia.

Scienza e fumetto: impossibile? – Jens Harder lo fa possibile! Un discorso con il fumettista tedesco sulla sua trilogia, sulla digitalizzazione e su i soui colleghi fumettisti italiani

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Come è nata l’ idea della trilogia Alpha / Beta / Gamma, ovvero l’idea di raffigurare la storia del mondo e dell‘umanità in un fumetto?

Con la trilogia ho voluto illustrare il punto di vista scientifico sulla nascita del mondo affinché il lettore non possa solo confrontarsi con delle nozioni ma abbia anche la possibilità di immergersi nelle immagini. Ciononostante collego la religione con i miti per mostrare come gli uomini di un tempo abbiano tentato di spiegare diversi fenomeni naturali. Con essa troviamo delle spiegazioni scientifiche a questi fenomeni, allora invece si chiamavano in causa e si invocavano le divinità. Trovo affascinante questa correlazione: da disegnatore e autore, ha rappresentato una grossa sfida e un immenso piacere.

Perché ti dedichi ad un’opera così impegnativa?

Mi sentivo spinto a farlo in quanto, da un lato, questo tipo di approccio mi era mancato e dall’altro il tema mi interessava moltissimo e volevo vederlo trasposto graficamente. Non c’è e non c’è mai stato qualcosa di comparabile in questa lunghezza: un libro che racconti 14 miliardi di anni di storia attraverso delle illustrazioni. Vi lavoro da quasi dieci anni e ne seguiranno altri otto.

Per te e per i tuoi colleghi disegnatori l’epoca dei nuovi media costituisce una sfida particolare per il futuro?

La mia sfida è continuare a rendere le mie opere tanto interessanti che anche in futuro il pubblico vorrà averle nel formato del libro, in altre parole che anche fra 20 e 50 anni si vorrà leggerle su carta. L’internet d’altro canto – proprio per quanto riguarda il lavoro di ricerca e la distribuzione – per noi autori offre ovviamente moltissimi vantaggi.

La tua trilogia sarebbe adatta a una riproduzione digitale?

La mia trilogia non è adatta a essere cliccata o letta sul monitor scrollando il mouse in quanto non è possibile rendere tutti i dettagli in modo digitale, o nella giusta risoluzione su un e-book-reader o su uno smartphone. Inoltre ogni pagina doppia costituisce una composizione unica che su un medium digitale andrebbe persa. Oltre a ciò mancherebbe l’aspetto tattile della carta come anche la resa metallica delle tonalità cromatiche che ho utilizzato, per esempio, in maniera particolare in Beta.

Conosci degli artisti e dei fumettisti italiani?

Conosco e stimo una serie di autori di graphic novel o di fumettisti italiani come ad esempio Igort, Gipi, Lorenzo Mattotti, Dino Battaglia o Manuele Fior. Durante le mie ricerche per Beta mi sono, inoltre, imbattuto nelle opere di molti illustratori italiani di cui ho citato o adattato le illustrazioni, nello specifico per quanto riguarda i temi preistorici della storia dell’uomo e della protostoria come per i temi dell’antichità classica. Fra tutti vorrei sottolineare i lavori di Sergio o Giovanni Caselli. In tutto il mio lavoro, soprattutto quello di Beta, è stato influenzato da molti colleghi italiani nonché anche francesi.

Se potessi esporre le tue opere e i tuoi lavori in Italia, dove lo faresti e perché?

Vedrei molto bene Napoli come luogo in cui esporre le mie opere perché questa città è – secondo me – particolarmente adatta per diversi motivi ma soprattutto per la sua storia. In Alpha ho già illustrato un fenomeno di estinzione in riferimento al quale mi sono occupato di Pompei e delle conseguenze provocate dall’eruzione vulcanica, al fine di chiarire quale significato abbia l’improvvisa estinzione della vita. L’inizio di Beta II si ricollegherà in generale all’antichità classica durante la quale venne conferito all’Impero Romano, ma più tardi anche a Napoli per la sua potenza nel Mediterraneo, un ruolo decisivo nelle attività dell’epoca. Per questa ragione sarebbe meraviglioso esporre in una mostra qui in loco le immagini che si riferiscono a questa città.

L’individuo è una cosa buona! Una conversazione con Torsten Kerl su Wagner, Napoli e l’opera

Benvenuto a Napoli, herzlich Willkommen in Neapel!

Grazie (ride). Come musicista è la prima volta che sono a Napoli. Sono stato qui da ragazzo con i miei genitori, siamo andati a Ischia e naturalmente a Pompei. Ma come musicista no. Sono stato in quasi tutte le città italiane, mi mancava solo Napoli.

 „Tristan und Isolde“ è un’opera marina anche se il mare non ha un ruolo principale. Anche di Napoli si dice qualcosa di simile:  „Il mare non bagna Napoli“ è il titolo di un racconto di Anna Maria Ortese. Qual è stata la sua prima impressione?

È vero. Quando si arriva in città dall’aereoporto, si vedono innanzitutto container giganteschi e la zona portuale che è recintata. Ma in fondo è così in tutte le grandi città di mare, per esempio anche in Barcellona non è diverso.

Il Tristan viene considerato un ruolo molto difficile da cantare. Perché?

Il ruolo di Tristano è difficile perché è distribuito lungo il corso dell’opera  in maniera diseguale:  nel primo atto Tristano appare relativamente poco; invece è molto presente nel secondo atto,  infine nel terzo atto canta ininterrottamente per 50 minuti. Una musica straordinaria, bellissima, ma faticosa dal punto di vista emotivo e per l’orchestra dal punto di vista tecnico. Ovviamente le opere di Wagner sono diverse, ma se si ha la voce giusta – ci vuole molta tecnica e anche un po’ di fortuna –  allora si è in grado di interpretarle tutte.  In generale di sono due tipi di cantanti: il maratoneta e lo sprinter. Il secondo arriva sul palcoscenico, canta un’aria difficile, ha un duetto, poi forse ancora un’aria e poi ritorna dietro le quinte. Insomma il tutto è breve e intenso. Per le opere di Wagner bisogna invece essere un maratoneta. Inoltre nel Tristano ci sono due o tre punti veramente difficili, anche molto intensi, soltanto dieci volte più lunghi che in qualsiasi altra opera.  In breve: bisogna essere in grado di cantare a lungo, bisogna dominare tutti i registri, si deve avere una voce forte e infine si deve conoscere molto bene il tedesco. Il tedesco di Wagner è una koiné artistica, una lingua che non si parla. Dunque bisogna capire bene che cosa si sta cantando.

Si è preparato in modo particolare allo spettacolo a Napoli o è la stessa cosa cantare il Tristano a Napoli o a Bayreuth?

Sono veramente contrario all’idea: a Bayreuth ci si impegna di più perché il posto è più famoso. Secondo me, è importante come si canta. Non dove si canta. Perciò io canto qui al meglio delle mie possibilità. E poi il San Carlo a Napoli è un teatro fantastico, inoltre Wagner rappresenta qui un’importante tradizione.

Un consiglio per chi non ha mai visto un’opera di Wagner. Si può cominciare con „Tristano e Isotta“?

Sì, perché no? Infondo tutto dipende dalle aspettattive. Le opere di Wagner sono molto lunghe, ma è una musica alla quale ci si può abbandonare. Inoltre bisognerebbe informarsi un po’ prima di andare a teatro. Dappertutto si possono trovare delle informazioni sul Tristano. Questo spettacolo è particolarmente indicato per un primo approccio. La messinscena si sviluppa attraverso tre epoche e sottolinea così l‘atemporalità della storia. Il primo atto si svolge nel medioevo, il secondo nel periodo del rococò, l’ultimo atto è relativamente moderno. Ma soprattutto la musica del Tristano è una delle più belle che Wagner abbia mai scritto, adeguata al triste amore di Tristano e Isotta. Straordinaria!

Maestro, grazie per l’intervista. Vuol dare ancora un consiglio ai nostri lettori e a tutti i „tedeschi a Napoli“?
(Ride) Venite a teatro! In realtà non è nel mio carattere dare dei consigli. Ma voglio dire a tutti: questa è un’occasione da non perdere. 11 anni fa è stata l’ultima volta che il Tristano è stato messo in scena a Napoli. Potrebbe passare molto tempo prima che succeda un’altra volta. E poi chissà se veramente succederà? Ma c’è una cosa che mi sta particolarmente a cuore. In Europa abbiamo un’importantissima cultura in fatto di musica e di opera, una “Hochkultur”, ma essa rischia di andare irrimediabilmente perduta. Per questo bisognerebbe fare in modo che l’opera sia interessante per tutti, per i giovani e meno giovani, per amici e conoscenti. Ciò però non vuol dire che uno spettacolo deve essere moderno perché è più “cool”. L’opera non deve cercare di ingraziarsi le simpatie del pubblico imitando i concerti pop o i musical. Al contrario dobbiamo mostrare a chi non ancora non lo sa, quanto sia bella l’opera. Dobbiamo tenere alta questa bandiera! Spesso mi ritrovo a pensare a  con quanta ovvietà le identità culturali vengano oggi livellate perché si vuole che tutto sia uguale in qualsiasi parte del mondo. Ma che cosa c’è di buono in ciò? Al contrario: l’individuo è una cosa buona!